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C'è una casa a La Boca dell'inferno e sulla costa
cilena, dove vivono una suora e quattro preti sconsacrati. Perché
ciascuno a suo modo ha profanato la sacralità della vita. La vita degli
altri, dei bambini che hanno abusato, di quelli che hanno venduto, degli
uomini e le donne che hanno tradito e di Sandokan, un infelice senza
tetto e senza amore che accompagna gli spostamenti di padre Lazcano,
prete pedofilo appena arrivato a destinazione. Traslocato a La Boca,
Lazcano ha violato Sandokan da bambino, che adesso come un tarlo lo
consuma dentro e lo aspetta fuori dalla porta. Sfinito dalla sua colpa,
l'aguzzino si spara sotto gli occhi della vittima, avviando l'indagine
di padre Garcia, gesuita e psicologo deciso a fare chiarezza sul
suicidio e a interrompere presto il loro
buen retiro.
C'è una falda che percorre la costa cilena e che suona come un
avvertimento nascosto. Sotto la superficie del Paese permane la ferita,
la frattura che separa vittime e carnefici. E in un punto preciso di
quella falda è ubicata la casa del pentimento, uno dei tanti ricoveri
che la Chiesa riserva ai preti e alle sorelle colpevoli di 'crimini',
altrimenti scontati in prigione. Preti pedofili, ladri di bambini,
conniventi con l'esercito e le gerarchie cattoliche durante la
dittatura, confluiscono nel singolare
club di Pablo Larraín, che ancora una volta mette in relazione la Storia del suo paese con personaggi che coltivano il
male
e il narcisismo delirante. Eludendo le trappole del cinema militante,
attraverso la trasfigurazione estetica e una rara proprietà del mezzo,
Larraín smaschera lo spirito ordinario, la morale misera e l'abiezione
disinvolta di cinque presunti uomini di dio, prossimi ai fascisti della
sua trilogia (
Tony Manero,
Post Mortem,
No).
Con
lo stesso accanimento con cui Raúl Peralta elaborava la coreografia
ispirata al suo idolo, Tony Manero, così i protagonisti di
El Club allevano un greyhound per le gare di
coursing,
praticano l'avarizia e perseverano nel peccato, piegando ogni creatura
gentile al loro piacere. Esiliati dal mondo i preti di Larraín si
muovono grevi davanti all'oceano e dentro una luce irriducibilmente
velata, perché a La Boca luce e tenebre convivono. Nemmeno Dio ha potuto
separarle, smentendo il brano della Genesi in cima ai titoli di testa.
In quella zona d'ombra, il caos regna e i ministri di Dio crogiolano nel
buio senza nessuna nostalgia della luce, così amorali da eliminare
chiunque si frapponga tra loro e i loro piani. L'arrivo di padre Garcia,
'inquisitore' gesuita giovane e bello, rompe l'equilibrio e riemerge il
rimosso di un Paese che non trova pace, unità, riconciliazione. Senza
pretesa di essere espressione esaustiva della verità storica,
El Club apre un confronto duro, scomodo e crudele a partire dall'ambigua garanzia di impunità per preti (e militari).
Tra
lacune, omissioni e dossier mancanti, padre Garcia verifica le
responsabilità morali e politiche di una comunità religiosa che rimette i
peccati, disloca mostri e volta pagina. Ma Larraín come Garcia non si
accontenta della confessione e trova la misura di compensazione. La
corrispondenza della pena alla colpa è incarnata da Sandokan, bambino
abusato ieri e adulto disturbato oggi, potenzialmente capace di
infliggere all'oppressore la stessa lesione provocata nell'infanzia.
Integrato nell'economia domestica, Sandokan è il
fantasma con cui fare i conti per rimettere insieme il
corpo della nazione, sprofondandolo o riconducendolo coi suoi 'ministri' alla pienezza e all'integrazione della vocazione.
Pablo
Larraín sbalordisce ancora col suo approccio libero e il suo cinema
frontale, fatto di piani che isolano i protagonisti costringendoli a una
relazione privilegiata con la propria pena. Perché un controcampo e un
altro sguardo li lascerebbe esistere, passare all'atto. Senza scrupoli.